Quando il dolore si fa cupo per un camerata caduto

quando il ricordo doloroso cerca nella fede la speranza

nella tua parola io confido con la certezza che tu

gli riprendesti la vita per innalzarlo alla luce

venerdì 3 marzo 2017


Quando i giovani del Movimento Sociale Italiano e del Fronte della Gioventù, incominciarono a cadere sul selciato, sotto il fuoco della sinistra extraparlamentare, nel 1975, a Roma nel quartiere Trieste, sorsero i Nuclei Armati Rivoluzionari (Nar), come segno di risposta politica.
Erano gli anni in cui nella Capitale, ma anche in altre città italiane, gli scontri tra fascisti e comunisti erano all’ordine del giorno. A Salerno, nel luglio del 1973, fu accoltellato Carlo Falvella, studente e militante del Fuan. A Padova, nel giugno del 1974, furono uccisi nella sede del Movimento Sociale Italiano, a colpi di pistola, Gianluca Giralucci e Giuseppe Mazzola. A Roma, nel febbraio del 1975, fu ucciso Mikis Mantakas, studente greco e militante del Fuan. A Milano, nel marzo del 1975, fu ucciso a colpi di chiave inglese, Sergio Ramelli, studente e militante del Fronte della Gioventù. Ancora a Roma, nell’ottobre dello stesso anno, fu ucciso a fucilate, Mario Zicchieri, studente e militante del Fronte della Gioventù, davanti alla sezione “Gattamelata”.

Tra i militanti romani più attivi si fecero notare Giuseppe Valerio Fioravanti, detto “Giusva”, Cristiano Fioravanti, Francesca Mambro, Franco Anselmi e Alessandro Alibrandi. In seguito si aggiunsero altri esponenti di spicco. I Nuclei Armati Rivoluzionari furono divisi in tre gruppi principali per ottenere il controllo del territorio. Il quartiere Monteverde, fu affidato ai fratelli Fioravanti e Alessandro Alibrandi. Il quartiere Eur, invece, fu affidato ai fratelli Bracci e Massimo Carminati. Infine, il quartiere Prati, fu affidato a Dario Pedretti e Mario Corsi. 

Alle sbarre anche Alessandro Alibrandi, figlio del Magistrato Antonio Alibrandi, che negli anni settanta fu Giudice Istruttore presso il Tribunale di Roma. Accusato di ingerenza nei processi a carico del figlio e del gruppo Nuclei Armati Rivoluzionari, fu molto discusso per la posizione delicata in cui si trovava all’interno della Magistratura e per la sua adesione al partito di Giorgio Almirante. 

Alessandro Alibrandi, invece, militò prima nel Fronte della Gioventù, poi, nel Fuan di via Siena, e infine, abbracciò lo spontaneismo armato diventando uno dei fondatori dei Nuclei Armati Rivoluzionari.
La prima azione armata a cui partecipò, fu uno scontro a fuoco con la polizia a Borgo Pio a Roma nel marzo del 1977. Accusato di aver partecipato all’uccisione del militante di Lotta Continua, Walter Rossi, la sera del 30 settembre 1977, arrestato, insieme ad altri militanti del Movimento Sociale Italiano della sezione Balduina, fu scagionato dall’accusa di omicidio volontario e processato per rissa aggravata.

Anni dopo, lo stesso Alibrandi, fu accusato da alcuni pentiti, di aver partecipato nel ruolo di esecutore materiale dell’assassinio di un altro studente di Lotta Continua, Roberto Scialabba, nel febbraio del 1978, e dei poliziotti, Straullu e Di Roma, nell’ottobre del 1981.

Per evitare la cattura da parte della Magistratura romana, Alessandro Alibrandi, decise di intraprendere la strada della latitanza. Nel luglio del 1981, si rifugiò in Libano arruolandosi nella Falange Maronita combattendo contro i musulmani. 

Intanto, prima Valerio, e poi, Cristiano Fioravanti, furono arrestati dalla polizia, e Alessandro, decise di rientrare in Italia per formare i “Nuovi Nar” insieme ai pochi superstiti. Ma l’esperienza dei Nuclei Armati Rivoluzionari era ormai alla conclusione.

Nel giro di qualche mese fu scritta la parola fine. Alessandro Alibrandi, il 5 dicembre del 1981, durante un assalto ad una pattuglia della Polizia Stradale della stazione di Labaro, pochi chilometri da Roma, nel conflitto a fuoco, rimase ucciso. Francesca Mambro, invece, nel marzo del 1982, fu ferita gravemente e arrestata mentre tentava di rapinare una banca di Roma. Massimo Carminati, nell’aprile del 1982, fu arrestato al confine svizzero mentre tentava l’espatrio. Infine, Mario Corsi, sempre nell’aprile del 1982, fu condannato per l’assalto contro una scuola compiuto tre anni prima.
























Nicola Rao nel suo libro Il Piombo e la celtica, edito da Sperling & Kupfer alla "bella morte" di Alessandro Alibrandi dedica un interessante capitolo che riportiamo per intero.
 La morte di Alibrandi
Mentre il Sisde cerca una strada per arrivare a Vale, Alibrandi cerca disperatamente l’agente Angelino, che lo arrestò nel 1980 per l’omicidio Arnesano e che lo pestò duramente in Questura. La vendetta, insomma, continua. La mattina del 5 dicembre 1981, con l’inseparabile Sordi e altri due reduci dell’esperienza libanese, Belsito e Ciro Lai, «Alì Babà» decide che è il giorno buono. Ma quando il commando arriva sotto casa del poliziotto, di Angelino non c’è traccia. Così i quattro se ne vanno e gironzolano per Roma. Arrivano al Labaro, una borgata sulla Flaminia. C’è un chiosco di frutta e verdura. Si fermano e comprano dei mandarini. Poco dopo passa una pattuglia della Polstrada. I quattro decidono di appostarsi e attendere che ripassi per disarmare gli agenti. Ma l’auto non ripassa. Alle 12.50, mentre Alibrandi è seduto sul bordo del marciapiede a mangiarsi un mandarino, passa un’altra auto della polizia: è la volante 4, che improvvisamente fa inversione di marcia all’altezza del ristorante 4 pini e ripassa davanti ad «Alì Babà», che in un decimo di secondo decide di agire, come aveva fatto a Milano. Gli altri tre terroristi sono seduti in macchina; Alibrandi fa un cenno a Belsito, che non capisce. Poi butta per terra le bucce del mandarino, tira fuori una calibro 38 dalla busta che ha in mano e si avvicina alla volante sparando contro gli agenti. L’autista, Luigi D’Errico, si butta fuori dall’auto, si nasconde dietro il muro della vicina stazione ferroviaria e da lì risponde al fuoco. L’agente seduto al suo fianco, Salvatore Barbuto, viene colpito da diversi proiettili, ma riesce comunque a rifugiarsi dietro i pali dell’insegna del ristorante e ora spara anche lui. Ma l’altro poliziotto, Ciro Capobianco, seduto dietro, non ce la fa: due proiettili lo hanno colpito in pieno e si accascia sul sedile. Intanto, dopo un primo momento di sorpresa, anche gli altri Nar partecipano alla sparatoria. Spara Sordi, spara Lai e spara Belsito. È un inferno di fuoco. Sordi è colpito a una mano e comincia a sanguinare, mentre Alibrandi, al centro della piazzola, viene centrato alla nuca da un colpo esploso alle sue spalle da Barbuto. Sordi si volta verso l’agente e gli spara contro ripetutamente. Ma ormai bisogna scappare. Subito. Sordi entra nella volante seguito dagli altri due, e l’auto della polizia, con dentro i Nar, si lancia lungo la via Flaminia. Qui i tre terroristi abbandonano la pantera (con a bordo l’agente Capobianco, gravemente ferito), fermano un’auto di passaggio e, minacciando l’autista con le pistole, se ne impossessano e fuggono. Alle 17.20 Alibrandi, trasportato d’urgenza all’ospedale più vicino, Villa San Pietro, sulla Cassia, muore. Aveva ventun anni. Finisce nel sangue, così come era cominciata, la vicenda terrena di uno dei più noti e amati neofascisti romani. In una giornata , così come era dicembre, quella domenica di sette anni prima, quando tutto era iniziato negli scontri di San Giovanni di Dio. Grande ammiratore della potenza militare israeliana, amico dei cristiani falangisti, appassionato di soldatini e supertifoso della Lazio «Alì Babà» resterà il «mito proibito» di generazioni di militanti neofascisti di tutta Italia. Quando è morto, portava al collo una catenina con una svastica «solare» d’oro, quella con i lati ricurvi. Gliel’aveva regalata un suo grande amico di cui parleremo più avanti: Elio Di Scala, più conosciuto come «Kapplerino». Due giorni dopo morirà anche l’agente Ciro Capobianco. Anche lui aveva solo ventun anni.
IL PADRE DI ALIBRANDI ESCE DALL' OBITORIO



ROMA QUARTIERE LABARO
LUOGO DELL’ UCCISIONE 








ROMA NOVEMBRE 1977
MANIFESTAZIONE CONTRO IL CARO VITA
IN PRIMA FILA ALESSANDRO ALIBRANDI